La Galleria Ravagnan presenta Shades, mostra personale di Giorgio Tentolini, un progetto a cura di Alberto Mattia Martini che approfondisce uno degli elementi più caratteristici della sua ricerca: la costruzione dell’immagine attraverso stratificazioni di materiali quali la rete metallica ed il tulle, in cui la figura emerge tanto per addizione quanto per sottrazione, come un’apparizione generata dalla luce e dalle sue ombre.
Le sue opere, sospese tra pittura e scultura, si distinguono per una leggerezza visiva e concettuale che nasce dal dialogo tra pieno e vuoto, tra presenza e assenza. La pratica dell’artista, che unisce costrutto, immissione e levare, trasforma il tempo in elemento operativo: le immagini emergono gradualmente, mutano con il punto di osservazione e si collocano in una dimensione percettiva instabile e liminale.
Tentolini si inserisce idealmente in una tradizione visiva profondamente legata alla città di Venezia: come in Tintoretto, spesso definito “regista della luce e del movimento”, la luce diventa strumento dinamico, capace di costruire lo spazio attraverso contrasti intensi e direzionare lo sguardo dello spettatore; mentre nel colore si può rintracciare un’eco della lezione di Tiziano, dove la forma si dissolve nei passaggi tonali e nelle densità cromatiche, privilegiando una visione atmosferica e vibrante.
Shades e i suoi significati
Il titolo Shades si articola su più livelli semantici, riflettendo la complessità del lavoro esposto. In primo luogo, rimanda direttamente al processo tecnico che definisce le opere: una trama di superfici sovrapposte che modula la luce e produce ombreggiature progressive, dando forma a volti e corpi che sembrano affiorare dallo spazio. L’immagine non è mai pienamente data, ma si costruisce nello sguardo, nella distanza, nella variazione luminosa. Allo stesso tempo, Shades allude alle sfumature, alle gradazioni cromatiche che attraversano i lavori. Le diverse tonalità dei fondali, dal bianco al verde acqua, dal rosa pallido al giallo zafferano, fino al blu e al turchese, dialogano con le reti metalliche, generando una pittura senza pigmento, basata su passaggi tonali e vibrazioni ottiche. Un ulteriore livello di lettura è suggerito dal significato più evocativo del termine: shades come ombre o presenze, quasi spiriti. I soggetti della mostra, che spaziano da reinterpretazioni di sculture classiche a volti generati attraverso processi di intelligenza artificiale, non rappresentano identità definite, ma figure sospese, immagini che abitano una soglia incerta tra memoria e simulazione.
I materiali in Shades: metallo e tulle
Nelle opere di Shades la rete metallica riveste una doppia metafora: da un lato richiama la trama digitale, il reticolo attraverso cui le immagini contemporanee si diffondono e si moltiplicano, dall’altro è materia fisica che trattiene e costruisce l’immagine. Il tulle, al contrario, introduce una dimensione di estrema leggerezza, una superficie impalpabile che suggerisce più di quanto mostri, una trama visiva che rivela proprio attraverso ciò che lascia intravedere. In questo gioco tra svelare e rivelare, la figura si configura come apparizione fragile, come traccia immateriale.
Il percorso della mostra
Come emerge anche dalla disposizione delle opere nello spazio espositivo, che alterna grandi formati e lavori più intimi lungo un percorso fluido, la mostra si costruisce come un’esperienza percettiva stratificata, in cui lo spettatore è chiamato a muoversi, avvicinarsi e allontanarsi, attivando continuamente il processo di visione. In dialogo con il contesto veneziano e con le risonanze culturali del presente, Shades si inserisce in un più ampio campo di ricerca sulle tonalità, sulle variazioni e sui passaggi sottili. Come una partitura costruita su registri “tenui” e soavi, la mostra invita a un’esperienza visiva lenta e attenta, in cui ogni immagine si rivela come un equilibrio instabile tra luce e ombra, tra visibile e invisibile: un invito a sostare, a osservare, a cogliere ciò che l’immagine non mostra immediatamente, ma lascia emergere nel tempo dello sguardo.
Le Ninfe
Nella serie La Nymphe, figure femminili ornate di fiori emergono come presenze sospese, metafore della dimensione misteriosa della natura. Come nelle fonti antiche, da Ovidio in poi, la ninfa non è mai protagonista assoluta, ma è spesso colei che orienta, devia, accompagna il destino dell’eroe; abita uno spazio intermedio, una soglia tra umano e divino, tra visibile e invisibile. È una figura di passaggio, che non si impone ma agisce in modo sotterraneo, suggerendo traiettorie, aprendo possibilità. In questo senso, le Ninfe di Tentolini si configurano non come ritratti individuali, ma apparizioni archetipiche, tracce di una memoria collettiva che riemerge attraverso forme contemporanee. Le Ninfe incarnano una bellezza senza radici, senza tempo, sospesa in una dimensione di eterna apparizione.
L'Eclettismo
Tre figure danzanti compongono la serie L’Éclectique, in cui l’eclettismo si manifesta come possibilità di tenere insieme elementi eterogenei generando armonia. Le figure, create tramite intelligenza artificiale, appaiono in movimento, sospese in una danza fluida: corpi che sfuggono a una definizione stabile e diventano simbolo dell’identità contemporanea, mutevole e stratificata. In queste immagini si riflette anche una tensione più profonda, che richiama l’opposizione mitologica tra Kairos e Kronos: da un lato il tempo misurato, lineare e ordinato; dall’altro l’attimo improvviso, fuggente, l’occasione che irrompe e spezza la continuità.
Giorgio Tentolini
Nasce a Casalmaggiore (Cremona) nel 1978, dove vive e lavora. Ogni sua opera emerge da una precisa indagine sul tempo come memoria e identità, attraverso uno studio attento e una lenta ricostruzione che coinvolge la luce e l’incisione di strati di materiali diversi, come tessuti, carte e PVC. Attualmente, privilegia il tulle e la rete metallica come media principali della sua ricerca, per la levità meditativa che questi materiali conferiscono all’immagine, offrendo una metafora di luoghi, ricordi, sogni e visioni. Il suo lavoro, un incrocio tra pittura e scultura, ha ottenuto riconoscimenti nazionali e internazionali fin dagli inizi degli anni 2000.
Le sue opere sono state esposte in prestigiose sedi in Europa, tra cui Roma, Parigi, Amsterdam, Berlino, Londra e Ginevra, oltre che negli Stati Uniti e a Taiwan, includendo spazi pubblici di grande rilevanza come l’Istituto della Cultura Italiana di Atene, il Museo Etrusco di Roma, il Palazzo Reale di Milano, il Teatro Regio di Parma, il MAR - Museo d’Arte della Città di Ravenna, il MUSA - Museo di Salò, l’Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna e il Consiglio della Regione Lombardia nel grattacielo Pirelli a Milano. Con grande entusiasmo, prende parte alla sessantesima edizione della Biennale di Venezia, ospitato nel padiglione del Camerun presso le prestigiose sale di Palazzo Donà Dalle Rose. Il suo progetto esplora le radici del genere umano, offrendo uno sguardo profondo e riflessivo sulla storia e l’identità umane.